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FAQ Seacom — Open Source Enterprise: domande e risposte

L’open source non è mai stato così richiesto, e proprio per questo abbiamo davanti la più grande sfida di credibilità mai affrontata. Aziende, pubbliche amministrazioni, interi Paesi ci vengono a cercare. E chi ci cerca oggi vuole una cosa sola: che funzioni. Il pioniere che si arrangiava leggendo un forum ha lasciato il posto a un’azienda, a un ente, a una persona che si aspetta un prodotto serio.

Le strade per vincere questa sfida, in parte, le conosciamo. Ma hanno tutte lo stesso limite: nessuna la può percorrere qualcuno da solo.

 

Creiamo una prima comunità di attivisti sul tema dell’open source e dell’autonomia digitale

La governance di un progetto, il modo in cui si garantisce sicurezza e supporto nel tempo, la bussola per chi vorrebbe adottare l’open ma non l’ha mai fatto. Sono tutte questioni che appartengono a un ecosistema intero: chi produce il codice, chi lo finanzia, chi lo mette nelle gare pubbliche, chi lo adotta per il proprio mestiere, chi lo racconta. E un ecosistema risponde solo se trova il modo di parlarsi.

Qui sta il punto che voglio mettere a fuoco oggi: in Italia, un luogo dove queste voci si siedono allo stesso tavolo e decidono insieme, semplicemente, mancava.

 

Evitare la frammentazione

La tentazione, quando un tema diventa centrale, è che ciascuno risponda per sé. Ogni fornitore con la sua offerta, ogni fondazione con le sue regole, ogni ente con la sua gara. È comprensibile, ed è anche il modo più sicuro per sprecare il momento.

Perché la sovranità digitale è un tema politico, geopolitico, sociale, ed è un tema di sostenibilità del nostro tessuto produttivo. Si gioca molto più in là della scelta del software giusto. La geopolitica incerta, i prezzi fuori controllo di alcuni vendor, la voglia di tenersi in casa il controllo della propria tecnologia hanno spinto l’open source al centro del discorso. E una risposta che resta sparpagliata è un’occasione sprecata.

Organizzarsi, qui, significa una cosa precisa: decidere noi, chi l’open source lo fa, lo finanzia, lo compra e lo racconta, come diventa credibile davanti ai suoi nuovi utilizzatori, prima che lo decida qualcun altro al posto nostro.

Un nuovo racconto corale

Un tavolo sull’autonomia digitale ha senso solo se ci sono tutti quelli che la costruiscono, e sono più di quanti si pensi.

Ci sono le istituzioni, che la sovranità digitale la devono tradurre in politiche. Le pubbliche amministrazioni, che comprano tecnologia per milioni di cittadini e hanno la leva più potente di tutte. Le imprese, che l’open source lo adottano per fare il proprio mestiere e sanno dire meglio di chiunque cosa manca. Chi lo finanzia, perché senza sostenibilità economica tutto questo si regge su niente. Chi scrive il codice e chi governa i progetti: le fondazioni, chi ne definisce le regole, chi garantisce che una tecnologia resti di tutti. E perfino i divulgatori e i giornalisti, perché questa complessità va raccontata anche a chi è fuori dal giro degli addetti ai lavori.

Ognuna di queste voci ha una parte della risposta, e le manca il resto. È la ragione per cui penso che il posto giusto dove cercarle, le risposte, sia un tavolo dove quelle voci si guardano in faccia.

Gli Stati Generali dell’Open Source

Da queste e da molte altre riflessioni nascono gli Stati Generali dell’Open Source — Edizione Sovranità Digitale. L’edizione zero si tiene a Bolzano il 12 e 13 novembre, dentro la Open Source Week e in collegamento con SFSCON.

Il nome è importante di proposito. “Stati Generali” vuol dire mettere nella stessa stanza tutti i punti di vista, e farlo per arrivare a un documento condiviso, con un impegno concreto per ciascuno.

Lo scrivo qui, in una rubrica che parla di come l’open source sta in piedi economicamente, perché è esattamente lo stesso discorso. Un software libero che nessuno sa governare, finanziare e rendere credibile si porta dietro la stessa fragilità di un prodotto proprietario, con in più l’illusione di esserne al riparo. Costruire il luogo dove decidere queste cose insieme è, alla fine, la condizione perché l’open source mantenga la promessa che tutti gli stiamo chiedendo di mantenere.

Le risposte, forse, non le abbiamo ancora. Ma almeno adesso sappiamo dove cercarle, e con chi.