I temi: politica, modelli e sostenibilità
Da qui si apre una domanda fondamentale: come portiamo avanti tutto questo?
Come dialoghiamo in modo efficace con la politica, con l’obiettivo di cambiare davvero le cose?
E soprattutto: come finanziamo un ecosistema Open Source che voglia restare libero e sostenibile?
Queste domande hanno attraversato trasversalmente molte track, in particolare quelle legate a OS & EU Policy, ma anche numerosi BoF, panel e discussioni informali.
Una riflessione che è tornata spesso – e che riprende bene anche un commento di Stefano Pampaloni – riguarda il rapporto tra Open Source e venture capital.
L’idea che il capitale di rischio sia “incompatibile” con l’Open Source è ormai troppo semplicistica. Servono investimenti per far crescere progetti complessi, costruire aziende solide e competere su scala globale. Ma quello che sempre più persone mettono in discussione è l’illusione dell’open core guidato da un singolo vendor.
Gli esempi negativi non mancano: progetti nati aperti che, una volta raggiunta una massa critica, vengono progressivamente chiusi o controllati in modo opaco da un’unica azienda.
Il modello che sta emergendo come alternativa più credibile è quello di un open core governato da fondazioni, aperto “by design” e protetto nel tempo.
Sopra questo strato realmente aperto, aziende venture-backed possono costruire prodotti, servizi e innovazione, competendo sul valore aggiunto senza la tentazione di chiudere ciò che dovrebbe restare comune.
È un modo per allineare gli incentivi invece di rompere la fiducia:
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le community sono tutelate da una governance indipendente,
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gli investitori hanno spazio per creare ritorno economico,
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le aziende possono innovare senza catturare il progetto.
In questo senso, fondazioni, capitali e aziende (se ben bilanciati) possono rappresentare un vero contrappeso ai monopoli dei big tech, invece di replicarne le dinamiche su scala più piccola.