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FOSDEM 2026 non è stato solo un gigantesco evento tecnico, ma un momento di riflessione collettiva sul ruolo dell’Open Source in un contesto geopolitico sempre più complesso. Tra sovranità digitale, nuovi modelli di sostenibilità economica e un’AI sempre più integrata negli stack open, il messaggio è chiaro: l’Open Source non è neutrale, è infrastruttura democratica. E oggi più che mai va difeso, organizzato e reso sostenibile.

I numeri dell’evento

FOSDEM 2026 ci accoglie subito con i suoi numeri impressionanti: 26ª edizione, 1195 speaker, 1078 eventi, 71 track… e un sacco di litri di birra.

Ogni anno riusciamo a portare sempre qualche new entry dai nostri team, e ci fa sorridere come i neofiti subiscano quello che ci piace ribattezzare “effetto FOSDEM”: sono sopraffatti dalla quantità di contenuti e cercano di assorbire il più possibile, correndo da un edificio all’altro con l’agenda aperta e lo sguardo un po’ perso.

Ma sappiamo ormai che la vera caratteristica importante di questo evento non è solo il programma. È la possibilità di incontrarsi, condividere idee, esperienze e prospettive. Il famoso “hallway track” qui non è un contorno: è parte integrante del valore della conferenza.

Quindi ci addentriamo nel vivo di questa esperienza.

L’apertura

“Welcome to the center.”

Al centro dell’Europa.
Al centro dell’Open Source.
Al centro dell’Unione Europea.

E, come qualcuno ha detto dal palco, al centro del mondo libero.

L’apertura di Richard Hartmann è stata forse una delle più sentite degli ultimi anni. Non il classico benvenuto logistico, ma un intervento carico di consapevolezza politica e civile. Il messaggio è stato chiarissimo: l’Open Source non è mai stato neutrale, e oggi più che mai le sue implicazioni sociali e democratiche sono evidenti.

Mai come adesso, in un contesto geopolitico così critico, il legame tra tecnologia, libertà e società civile è sotto gli occhi di tutti.

Sovereignty

“If we lose our democracy, Open Source is irrelevant and goes away.”

Le prime slide di Hartmann pesano come un macigno.
Non può esistere Open Source senza democrazia, e non c’è una democrazia realmente sana se non esistono strumenti aperti, verificabili, condivisi.

Hartmann si ferma un attimo, visibilmente emozionato.
Dalla platea qualcuno urla: “It will be ok”. Un momento che ricorda molto l’“andrà tutto bene” dei tempi del Covid. Il clima si distende per un istante.

Poi si torna subito alla realtà, focalizzandosi sul vero filo conduttore di questa edizione: la sovranità.

Sovranità digitale non significa chiusura o autarchia. Significa indipendenza, capacità di scelta e di governo della propria infrastruttura digitale, senza essere vincolati in modo strutturale ai monopoli tecnologici.
Significa poter costruire servizi pubblici, sistemi critici e piattaforme strategiche su tecnologie che possiamo studiare, modificare, mantenere e far evolvere nel tempo.
Significa democratizzare non solo l’accesso, ma anche i processi decisionali e di sviluppo.

Lo scenario politico attuale, in Europa e non solo, ci allontana pericolosamente da questo modello. Dipendenze tecnologiche sempre più profonde, concentrazione di potere in poche mani, e una crescente fragilità delle istituzioni democratiche fanno da sfondo a queste riflessioni.

Siamo quindi a un bivio.
E, come community tecnica, non possiamo più far finta che queste scelte non ci riguardino.

Parole d’ordine: Resist. Organize. Protect.
Non come slogan vuoti, ma come invito a trasformare la competenza tecnica in responsabilità collettiva.

I temi: politica, modelli e sostenibilità

Da qui si apre una domanda fondamentale: come portiamo avanti tutto questo?

Come dialoghiamo in modo efficace con la politica, con l’obiettivo di cambiare davvero le cose?
E soprattutto: come finanziamo un ecosistema Open Source che voglia restare libero e sostenibile?

Queste domande hanno attraversato trasversalmente molte track, in particolare quelle legate a OS & EU Policy, ma anche numerosi BoF, panel e discussioni informali.

Una riflessione che è tornata spesso – e che riprende bene anche un commento di Stefano Pampaloni – riguarda il rapporto tra Open Source e venture capital.

L’idea che il capitale di rischio sia “incompatibile” con l’Open Source è ormai troppo semplicistica. Servono investimenti per far crescere progetti complessi, costruire aziende solide e competere su scala globale. Ma quello che sempre più persone mettono in discussione è l’illusione dell’open core guidato da un singolo vendor.

Gli esempi negativi non mancano: progetti nati aperti che, una volta raggiunta una massa critica, vengono progressivamente chiusi o controllati in modo opaco da un’unica azienda.

Il modello che sta emergendo come alternativa più credibile è quello di un open core governato da fondazioni, aperto “by design” e protetto nel tempo.
Sopra questo strato realmente aperto, aziende venture-backed possono costruire prodotti, servizi e innovazione, competendo sul valore aggiunto senza la tentazione di chiudere ciò che dovrebbe restare comune.

È un modo per allineare gli incentivi invece di rompere la fiducia:

  • le community sono tutelate da una governance indipendente,

  • gli investitori hanno spazio per creare ritorno economico,

  • le aziende possono innovare senza catturare il progetto.

In questo senso, fondazioni, capitali e aziende (se ben bilanciati) possono rappresentare un vero contrappeso ai monopoli dei big tech, invece di replicarne le dinamiche su scala più piccola.

Tech: AI ovunque (ma con i piedi per terra)

Sul lato tecnico, l’AI è stata ovunque. Ma con una differenza rispetto a un anno fa: meno hype generico, più integrazione concreta.

Molti talk hanno mostrato come modelli e agenti stiano diventando componenti infrastrutturali, non solo feature di prodotto.

Si è parlato di:

  • LLM eseguiti on-prem o in ambienti controllati per ragioni di compliance e sovranità

  • Retrieval-Augmented Generation costruita su stack completamente open

  • osservabilità e sicurezza potenziate da analisi semantica

  • automazione operativa in stile “AI-assisted DevOps”

In altre parole, l’AI non come sostituto dell’Open Source, ma come nuovo strato che ne aumenta il potenziale, a patto che resti governabile e non diventi l’ennesima black box centralizzata.

Un accenno a OpenSearch

Tra i progetti che abbiamo seguito più da vicino c’è stato OpenSearch, protagonista di uno speech dedicato all’evoluzione della piattaforma tra search tradizionale e AI.

Quello che è particolarmente significativo, e che ci tocca da vicino, è la direzione in cui il progetto si sta muovendo: dalla fase iniziale di fork verso una completa governance aperta. OpenSearch è ormai parte integrante dell’ecosistema Open Source a pieno titolo grazie al suo ingresso nella Linux Foundation, con la creazione della OpenSearch Foundation, un’organizzazione dedicata proprio a garantire che il progetto si sviluppi in modo realmente aperto e sostenibile.

Seacom fa parte della OpenSearch Foundation proprio perché crediamo che questo modello di governance sia perfettamente in linea con ciò che intendiamo per Open Source ideale: un progetto che non si limita a essere “open source” nei fatti, ma lo è nella forma, nella governance, nella comunità e nei processi decisionali.

Questo approccio ci ha spinti a scegliere OpenSearch non solo per le sue caratteristiche tecnologiche (scalabilità, modularità, capacità AI e supporto alla ricerca semantica), ma soprattutto perché la sua evoluzione istituzionale rispecchia i valori in cui crediamo: indipendenza, trasparenza e sostenibilità collettiva.

Il messaggio chiave dello speech — e quello che vogliamo portare con noi nell’adozione di tecnologia aperta nelle architetture reali — è chiaro: la ricerca non è più solo keyword-based, ma sempre più ibrida, semantica e vettoriale, e farlo con uno stack veramente governato da una comunità aperta è un elemento che fa la differenza.

Su OpenSearch e alle novità raccontate in occasione del FOSDEM torneremo ovviamente con un articolo dedicato, perché il tema merita un approfondimento a parte. Intanto potete recuperare lo speech a questo link.

Le persone, prima di tutto

Come sempre, però, FOSDEM non è fatto solo di talk.

È fatto di pranzi improvvisati, BoF mattutini con più gente del previsto, panel improbabili che si rivelano conversazioni fondamentali, e incontri casuali con persone che non vedevi da anni.

È la sensazione che, almeno per un weekend, tutto l’Open Source mondiale sia concentrato in pochi edifici a Bruxelles.
Maintainer, startup, fondazioni, volontari, aziende, attivisti: mondi diversi che qui trovano uno spazio comune.

E forse è proprio questa la vera sovranità di cui si è parlato tanto: la capacità di una comunità globale di ritrovarsi, discutere, litigare, progettare… e continuare a costruire insieme, nonostante tutto.