Retrospettiva dal FOSDEM 2026

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FOSDEM 2026 non è stato solo un gigantesco evento tecnico, ma un momento di riflessione collettiva sul ruolo dell’Open Source in un contesto geopolitico sempre più complesso. Tra sovranità digitale, nuovi modelli di sostenibilità economica e un’AI sempre più integrata...

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FOSDEM 2026 non è stato solo un gigantesco evento tecnico, ma un momento di riflessione collettiva sul ruolo dell’Open Source in un contesto geopolitico sempre più complesso. Tra sovranità digitale, nuovi modelli di sostenibilità economica e un’AI sempre più integrata...

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Cos’è il FOSDEM? Un evento gratuito e non commerciale, interamente dedicato al software libero e open source che si tiene ogni anno all’Université Libre di Bruxelles. Questa la definizione sulla carta. Di fatto un’immersione totale tra sviluppatori, sistemisti e appassionati di Open Source. Quest’anno ho partecipato per la prima volta a questa edizione, che conta poco più di un quarto di secolo. Sono stati due giorni intensi, fatti di talk, con oltre 1000 speakers ed eventi, spalmati in più di 70 tracks.

Negli anni il FOSDEM ha aperto le porte a temi più “masticabili”: quindi non c’erano solo stanze prettamente dedicate ai DevOps e a chi per davvero ha le mani nel codice, ma anche stanze su “Community”, “Legal & Policy” e “Open Source & EU policy”. E’ quindi diventato un evento strategico, anziché puramente tecnico. Del resto, le slide di benvenuto titolavano “The center of Open Source”, e come tale non può che raccogliere tutti gli aspetti nevralgici del settore.

I numeri dicono che eravamo intorno ai 15mila, ma nessuno potrà saperlo con certezza perché l’evento è “libero” e non c’è registrazione. A proposito di libertà, nel 2000 nacque con il nome di “OSDEM” da Raphael Bauduin, poi la “F” di Free fu inserita su richiesta di Richard Stallman, a partire dall’anno successivo.

L’acronimo infatti sta per Free and Open Source Software Developers’ European Meeting. Mentre decodificavo l’acronimo, però, non ho potuto fare a meno di notare il richiamo del suffisso –DEM alla parola Democrazia. Assonanza suggestiva e in antitesi con il periodo storico attuale, in cui l’imperialismo è ormai oltre la porta. Oggi il concetto di imperialismo non è più limitato all’egemonia territoriale o militare, ma si sposta su un terreno immateriale, fatto di controllo di dati, infrastrutture digitali e standard tecnologici. Quando manca questo controllo, gli Stati e i loro popoli (o stakeholders) cedono sovranità e pezzi di autonomia. E’ proprio qui che il FOSDEM, in questa edizione, risponde, mettendo al centro il concetto di Sovereignty.

Sovranità digitale: tre livelli

Sovranità come concetto non necessariamente univoco, ma che trova la sua ragione d’essere nell’esigenza comune di una alternativa aperta e trasparente, che tocca tutti, dagli sviluppatori, ai legislatori, ai player pubblici e privati. Sovranità dunque articolata su 3 livelli:

 

  • Sovranità della Community, per cui il controllo del codice non appartiene né a un singolo individuo né a uno Stato, ma a una comunità globale che lo mantiene;
  • Sovranità Digitale Statale / Europea, ovvero la necessità per le istituzioni di riprendere il controllo sulle infrastrutture critiche, per non essere semplici colonie digitali;
  • Sovranità (che io definirei) Strategica degli Asset, l’autonomia di chi usa il software per produrre valore e il diritto di controllare realmente i propri strumenti informatici e infrastrutture.

Sovranità Digitale e Unione Europea

Sulla base di queste premesse, le riflessioni emerse sul ruolo dell’Unione Europea sono state molte all’interno delle stanze (e dei corridoi) dell’Université libre di Bruxelles. La Commissione Europea, in quanto organo esecutivo dell’Unione, negli ultimi anni ha promosso una pluralità di interventi regolatori e strategici nel settore digitale, con effetti sistemici anche sull’ecosistema del software open source.

Senza entrare nel merito dell’intero quadro normativo, un passaggio particolarmente utile per capire come l’UE stia incidendo sull’ecosistema open source è emerso al FOSDEM nel panel moderato da Lucas Lasota — avvocato e ricercatore (PhD), Legal Programme Manager della Free Software Foundation Europe (FSFE) e docente alla Humboldt University di Berlino — insieme ad alcuni membri del team della Commissione europea responsabile dell’enforcement del Digital Markets Act (DMA). Dal confronto è emersa con chiarezza la logica del DMA, che opera in modo indiretto attraverso un intervento ex ante sui gatekeeper (le grandi imprese digitali), finalizzato a ridurre i fenomeni di lock-in e di chiusura degli ecosistemi mediante obblighi di interoperabilità, condizioni di accesso eque e limiti alle pratiche di self-preferencing, aprendo spazi anche a soluzioni e comunità open source. Su questo si potrebbe aprire un filone critico sul tema dell’ “open‑washing” da parte dei gatekeeper, ma non è l’obiettivo di queste righe.

Interessante anche l’intervento di Rasmus Frey, Head of Secretariat di OS2, una comunità danese per la digitalizzazione pubblica. Ha parlato di un “livello mancante”, individuato nella fase successiva l’adozione delle politiche e delle regole europee, ossia in fase di attuazione delle norme, con il passaggio dalla cornice sovranazionale alla loro effettiva traduzione operativa a livello degli Stati membri. Secondo Frey, il problema non risiede tanto nella mancanza di indirizzi o obiettivi comuni, quanto nell’assenza di strutture e meccanismi capaci di rendere tali indirizzi concretamente utilizzabili dalle amministrazioni pubbliche. In questa prospettiva, senza un livello intermedio di coordinamento e di governance, le aperture create a livello europeo rischiano di rimanere astratte.

Significativo che a pochi giorni dal FOSDEM, il 3 febbraio, si sia conclusa la consultazione pubblica della Commissione europea sulla futura Comunicazione “Verso ecosistemi digitali aperti europei”, che ha raccolto un numero record di contributi (1.658), segnalando come il tema dell’apertura degli ecosistemi digitali sia destinato a rimanere centrale nel dibattito e nelle future scelte dell’Unione. [Riferimento comunicato di APELL]

Public procurement come leva strategica

Si è discusso ampiamente anche del ruolo del public procurement come leva strategica. L’utilizzo dell’open source negli appalti pubblici può svolgere una funzione di stimolo economico, in quanto orienta flussi di capitale e contribuisce a creare un mercato di riferimento, incentivando anche il settore privato a investire e innovare. Inoltre, il public procurement open source è uno strumento centrale per rafforzare la sovranità tecnologica, in particolare su infrastrutture considerate critiche, come i sistemi di pagamento, l’identità digitale e i servizi pubblici essenziali rivolti ai cittadini.

Al di là del fronte transalpino qualcuno ha già iniziato ad attivarsi per ridurre il lock-in e recuperare margini di controllo sulle proprie infrastrutture digitali: tra tutti, la Francia, che ha annunciato l’intenzione di dismettere piattaforme di videoconferenza proprietarie come Teams e Zoom.

Sovranità strategica degli asset

Recente notizia anche sul fronte del privato, con progetti di migrazione verso soluzioni di cloud europeo sovrano, promossi da attori industriali strategici quali l’olandese Airbus.

E qui torniamo al concetto di Sovranità Strategica degli Asset. Per il settore privato, la sovranità tecnologica deve entrare nel perimetro della strategia operativa e finanziaria, con una prospettiva di medio-lungo termine, perchè:

 

  • una Supply Chain IT basata sull’open source evita il debito tecnologico;
  • in un mercato sempre più di servizi e centrale sul digitale, un’azienda che non possiede i propri strumenti informatici mette a rischio la propria agilità, la propria reazione al mercato e la continuità aziendale, con la conseguenza di avere un debito strutturale anziché un costo operativo;
  • il rischio di lock-in non è solo un vincolo tecnico, ma anche un freno all’innovazione: l’impresa è “prigioniera” di tempi, di costi e di roadmap di fornitori terzi.

Open source, open innovation e nuovi attori dell’ecosistema

L’open source è infatti fattore abilitante e strategico di innovazione: adottare l’open source significa mettere a terra il paradigma dell’open innovation, trasformando l’apertura da principio astratto a pratica operativa. L’open source diventa una delle espressioni più efficaci dell’open innovation, mentre l’open innovation trova nell’open source una delle sue forme più mature.

In un ecosistema moderno, la community è il motore della sperimentazione. L’Unione Europea definisce la cornice di sovranità e le regole del mercato. Le aziende sono il vettore della scalabilità.
A completare questo ecosistema intervengono due leve e attori strategici: i venture capital, che finanziano l’accelerazione verso il mercato, e gli OSPO (Open Source Program Office), i centri di competenza — aziendali, pubblici e comunitari — dedicati a orchestrare l’open source come asset strategico. Il loro ruolo è cruciale per convertire l’innovazione collaborativa in competitività industriale concreta.

La “mano invisibile” del mercato oggi ha bisogno di trasparenza per dispiegare il suo potenziale: è giunto il momento che diventi Open?