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Per anni l’open source è stato trattato come il cugino bravo a scuola, ma poco considerato alle feste. Tutti ne parlavano con rispetto, ma nessuno lo invitava davvero al tavolo dei grandi. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e, all’improvviso, quel cugino è diventato il protagonista delle cronache mondiali. Come ho evidenziato nell’articolo precedente, le pagine di The Economist, del Financial Times e di Le Monde lo raccontano come una delle poche carte che l’Europa può giocarsi nella partita della sovranità tecnologica.

Quando si parla di open source in Europa, la discussione tende a concentrarsi sul valore strategico: trasparenza, sovranità digitale, indipendenza tecnologica. Tutti temi importanti, ma che rischiano di restare dichiarazioni di principio se non accompagnati da un elemento cruciale: la capacity. Non basta avere del buon codice aperto pubblicato su GitHub; non basta nemmeno proclamare preferenze normative per l’open source nelle leggi. Serve capacità concreta: risorse, competenze, modelli di business e organizzazioni in grado di trasformare l’open in un’alternativa reale, capace di competere con i colossi tecnologici globali.

Cosa intendo per “capacity”

Il termine capacity non va inteso come un concetto astratto, ma come l’insieme di elementi che rendono l’open source competitivo e sostenibile:

  • competenze diffuse: persone preparate che sappiano sviluppare, integrare e manutenere soluzioni open;
  • finanziamenti stabili: fondi per garantire manutenzione e crescita di progetti strategici, senza dipendere solo dalla buona volontà dei volontari;
  • governance trasparente: processi chiari che coordinino comunità, aziende e istituzioni, evitando frammentazioni e sovrapposizioni;
  • prodotti e servizi scalabili: soluzioni che non si fermino al codice, ma arrivino sul mercato con user experience curata, sicurezza integrata e feature enterprise.

Senza questa struttura, l’open source rischia di rimanere un’ottima idea, ma troppo fragile per reggere l’urto della competizione globale.

L’Europa e la sfida della massa critica

L’Europa non parte da zero: negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative. La Germania ha creato la Sovereign Tech Agency con un fondo dedicato al sostegno dei maintainer, la Francia ha spinto con DINUM e la Commissione europea ha approvato l’Interoperable Europe Act, che incoraggia la condivisione e il riuso del software nella PA.

Eppure il quadro rimane incompleto e frammentato. Rispetto a Stati Uniti e Cina, dove esistono programmi industriali di lungo respiro e finanziamenti miliardari per ricerca e infrastrutture, l’Europa fatica a costruire massa critica. Troppo spesso i progetti restano iniziative isolate, senza un disegno unitario. Il rischio è che l’open source resti un tema celebrato nei convegni, ma incapace di affermarsi come vera leva industriale e geopolitica.

Due ruoli diversi, una stessa responsabilità

Perché l’open source diventi un fattore competitivo, servono due livelli di capacity, distinti ma complementari.

Da un lato ci sono le grandi organizzazioni pubbliche e private, che devono imparare a usare l’open source in modo maturo e strategico. Significa:

  • istituire OSPO (Open Source Program Office) o funzioni simili per governare l’uso del software libero;
  • contribuire upstream, influenzando la direzione dei progetti e riducendo il rischio di dipendenza dalle scelte altrui.

Aziende open

Dall’altro lato ci sono le aziende che sviluppano e offrono soluzioni open source. Per loro la sfida è più dura: non basta “rilasciare codice”, occorre costruire veri prodotti e servizi capaci di competere con le piattaforme proprietarie. Questo implica:

  • curare la user experience, perché l’open non deve più essere sinonimo di interfacce complicate;
  • garantire compliance e sicurezza come elementi di base, non optional;
  • sviluppare feature enterprise (scalabilità, affidabilità, supporto professionale);
  • avere organizzazioni solide, capaci di rispondere prontamente al mercato e crescere su scala internazionale.

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Esempi che fanno scuola

Ci sono già esempi concreti che dimostrano come sia possibile. Nextcloud, nata come alternativa a Google Workspace e Microsoft 365, è oggi una suite completa di collaborazione e produttività: funziona perché non offre solo codice, ma un prodotto maturo, con roadmap chiara, supporto professionale e attenzione alla sovranità dei dati.

In Germania, il progetto OpenDesk propone un’alternativa europea alle suite proprietarie, integrando diversi componenti open in un’offerta coerente e competitiva. Anche qui, il valore non è solo tecnico, ma di ecosistema: comunità, imprese e istituzioni che collaborano per costruire soluzioni pronte all’uso.

E in Italia? Un esempio significativo è RIOS (di cui sono vice-presidente) , la rete che riunisce 14 aziende con oltre 500 addetti, specializzate in open source. Insieme offrono competenze elevate e soluzioni integrate: una forma di capacity collettiva che dimostra come sia possibile creare massa critica anche a livello nazionale.

Capacity come pilastro di sovranità

La capacità non è un lusso, è una condizione di sopravvivenza. In un contesto di tensioni geopolitiche, guerre commerciali e mutamenti improvvisi delle strategie dei fornitori, l’Europa non può permettersi di restare dipendente da piattaforme proprietarie controllate altrove.

Costruire capacity significa:

  • ridurre la vulnerabilità a scelte unilaterali (come nel caso VMware–Broadcom);
  • garantire continuità e resilienza ai servizi digitali essenziali;
  • mantenere il controllo sui dati, che sono la vera risorsa strategica del nostro tempo.

Ma significa anche qualcosa di più profondo: assicurarsi che l’innovazione rimanga un bene comune, non un privilegio concentrato nelle mani di pochi giganti.

Un invito all’azione

Parlare di capacity non deve diventare un esercizio accademico. È un appello pratico: investire in formazione, sostenere i progetti strategici, creare reti di imprese, pretendere che la pubblica amministrazione adotti davvero le soluzioni open.

Perché se è vero che l’open source da solo non basta, è altrettanto vero che senza di esso non si costruisce un futuro digitale equo e sostenibile. L’occasione è adesso: serve la capacità di trasformare il codice in prodotti, i progetti in servizi, le community in ecosistemi solidi.

Non è solo una questione di tecnologia. È una scelta politica, industriale e culturale. Ed è il momento di giocarla fino in fondo.