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Per anni l’open source è stato considerato un tema di nicchia, confinato nei circoli tecnici e nelle riviste specializzate. Un argomento per sviluppatori, comunità di hacker e amministratori IT. Oggi non è più così, mi sembra che qualcosa stia cambiando: sempre più spesso l’open source compare nelle prime pagine dei giornali generalisti, nelle rubriche economiche e persino negli editoriali che parlano di politica internazionale. È un segnale forte, che ci dice che il momento è propizio per portare l’open source fuori dalla sua comfort zone e dentro il dibattito pubblico.

Il fattore decisivo di questa svolta è stato il connubio con l’intelligenza artificiale. L’AI è diventata argomento da talk show e da titoli a caratteri cubitali, e il fatto che esistano modelli aperti – in grado di competere con i giganti del settore – ha proiettato l’open source sotto una nuova luce. In altre parole: se l’AI è la scintilla, l’open source è la fiamma che la rende meno pericolosa e più accessibile a tutti.

I segnali dal dibattito internazionale

Non è un caso se negli ultimi mesi testate come The Economist hanno dedicato interi editoriali al valore dei modelli open source, sottolineando come possano riequilibrare mercati sempre più concentrati e garantire trasparenza nei processi decisionali. Non si tratta più di valutazioni tecniche, ma di analisi politiche ed economiche.

Il Financial Times ha raccontato il caso Broadcom–VMware: un’acquisizione che ha portato a un cambio di strategia commerciale con licenze più restrittive, costringendo molte organizzazioni a ripensare la propria infrastruttura. Questo ha aperto lo spazio per alternative open, viste non più solo come scelta “economica”, ma come garanzia di indipendenza e portabilità.

Le Monde, a sua volta, ha messo in prima pagina la storia di Mistral AI, presentandola come incarnazione della sovranità tecnologica europea e come dimostrazione che l’open source può essere al centro di una strategia industriale continentale.

Si tratta di tre esempi (ce ne sono molti altri) che non parlano a un pubblico di tecnici, ma a decisori, manager, economisti, cittadini. Il messaggio che ne esce è chiaro: l’open source non è più solo software, ma una questione di politica industriale e geopolitica.

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Echi italiani: l’open entra nel discorso pubblico

Anche in Italia l’open source sta emergendo nei media generalisti. La Repubblica ha raccontato i vent’anni del Codice dell’Amministrazione Digitale, ricordando come la norma che prevede la preferenza per il software libero nella PA sia rimasta largamente inapplicata. Non è un articolo tecnico, è un segnale politico: la società civile si interroga su perché le istituzioni non abbiano davvero colto il potenziale dell’open.

Sempre su Repubblica, in chiave più pratica, è stato presentato il caso di piattaforme modulari open utilizzate nelle scuole e nelle imprese: un racconto di innovazione sociale e non di righe di codice.

Il Post ha invece parlato della spaccatura nella comunità WordPress, spiegando a un pubblico molto ampio che dietro il software più usato al mondo per fare siti non ci sono solo questioni tecniche, ma conflitti di governance, sostenibilità economica e strategie di potere.

Infine Internazionale ha dedicato un articolo alla scelta della Cina di sostenere apertamente il software libero come strumento di politica industriale e geopolitica, rafforzando l’idea che l’open non sia più un fenomeno culturale marginale ma un tassello della competizione globale.

Perché proprio adesso?

Il fatto che l’open source stia conquistando spazio nel dibattito pubblico non è casuale. Ci sono fattori contingenti che hanno reso questa narrazione possibile e, in qualche modo, inevitabile.

  1. Il connubio AI–Open Source: l’intelligenza artificiale è diventata il simbolo delle opportunità e dei rischi della tecnologia. Nel momento in cui modelli open come LLaMA, Mistral o DeepSeek hanno dimostrato di poter competere con i giganti, i media hanno iniziato a raccontare l’open non come “software gratis”, ma come alternativa democratica a piattaforme chiuse e opache. È stato un cambio di prospettiva radicale (anche se il tema AI-open source merita un approfondimento in un mio prossimo articolo).
  2. Tensioni geopolitiche: in un mondo attraversato da guerre, conflitti commerciali e spinte protezionistiche, la dipendenza tecnologica è vista come una vulnerabilità. L’open source viene raccontato come leva per la sovranità digitale, capace di ridurre rischi di lock-in e dipendenze strategiche.
  3. Cambiamenti di mercato: casi come VMware hanno mostrato in modo tangibile quanto siano fragili le aziende e le pubbliche amministrazioni quando dipendono da un unico vendor. È un campanello d’allarme che spinge a cercare soluzioni aperte, adattabili e competitive.
  4. Disuguaglianze crescenti: in un’epoca segnata dalla concentrazione di ricchezza nelle mani delle Big Tech, l’open source viene proposto come modello alternativo, capace di redistribuire valore, conoscenza e opportunità. Non più solo un tema tecnico, ma un discorso sociale.

Un’occasione da non perdere

Il fatto che i grandi media generalisti parlino di open source non è solo un riconoscimento: è un invito implicito ad agire. Significa che l’attenzione è alta, che il terreno è fertile, che il racconto dell’open come bene comune e alternativa concreta è entrato nella percezione collettiva.

Le tensioni geopolitiche, i cambiamenti commerciali e le crescenti disuguaglianze non sono solo problemi: sono l’occasione per dimostrare che l’open source è una risposta credibile, già qui e ora.

Per questo l’invito è semplice: serrare i ranghi, rafforzare le reti, raccogliere proseliti. L’open source ha conquistato le prime pagine. Adesso sta a noi trasformare questa attenzione in capacità, in soluzioni, in comunità solide. Perché se è vero che qualcosa sta cambiando, allora è il momento di esserci e di spingere insieme il cambiamento.