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Di ritorno da New York, 21 giugno 2025

Atterrare a NYC con il trolley pieno di aspettative

Lunedì 16 sera il mio volo è planato (con oltre 3 ore di ritardo) sul New Jersey proprio mentre al Palazzo di Vetro si chiudeva l’edit-a-thon di Wikipedia. Avrei voluto partecipare, soprattutto perché l’evento era promosso dalla Rappresentanza Permanente d’Italia per celebrare i 70 anni dell’adesione dell’Italia alle Nazioni Unite.

Il vero “calcio d’inizio” della mia settimana è arrivato martedì 17, nella sede di LinkedIn all’Empire State Building: primo dei due side-event ufficiali fuori dalla sede ONU.

L’Italia, oltre che per l’edit-a-thon, si è distinta per la presenza di diversi speaker di rilievo (li riporto più avanti), purtroppo tutti operativi all’estero o per realtà estere. Solo io e la mia collega, Valentina Del Prete, rappresentavamo organizzazioni italiane: Seacom e RIOS. Dobbiamo organizzarci meglio per il prossimo anno.

17 giugno – AI & the Future of Work

All’Empire State Building c’ero già stato più di 20 anni fa, da turista. Non avrei mai pensato di tornarci per lavoro e soprattutto per parlare di Open Source.

Nell’area meeting di Linkedin abbiamo parlato di Intelligenza Artificiale e Stefano Maffulli (Executive Director di Open Source Initiative) ha continuato la sua incessante opera di divulgazione della definizione di Open Source AI (OSAiD) che – nonostante gli attacchi ricevuti da più parti – sta finalmente diventando il il criterio comune per stabilire se un modello di IA possa definirsi open source oppure no.

Fra gli speaker anche Sachiko Muto (RISE e OFE), che per tutta la settimana si è instancabilmente prodigata nel coordinare e animare le discussioni; una vera forza della natura.

In sintesi, il primo round sul tema caldissimo dell’IA, declinato come bene comune, ha posto l’accento sull’importanza fondamentale dell’open source come mezzo per innovare garantendo al contempo trasparenza e democratizzazione. Molti dei rischi dall’adozione incontrollata dell’AI si possono attenuare con i modelli Open.

18 giugno – OSPOs for Good: l’open source diventa muscolo di governo

Il primo giorno al Palazzo di Vetro è sempre un’emozione incredibile e i discorsi introduttivi dei padroni di casa Omar Mohsine e Amandeep Singh Gill hanno dato a tutti l’energia e la motivazione giuste per confrontarci e costruire un futuro sempre più aperto.

Potete rivedere i video delle sessioni plenarie sul sito https://www.un.org/digital-emerging-technologies/content/open-source-week-2025; da parte mia voglio solo evidenziare come, a differenza dell’Italia, molti Paesi abbiano contribuito in maniera sostanziale ai dibattiti portando testimonianze di successo.

Per restare in Europa, oltre alla Francia – con Bastien Guerry di DINUM (di fatto l’OSPO di Stato) – la parte del leone l’ha fatta la Germania, che co-organizza l’evento tramite il Ministero della Digitalizzazione, con i contributi di Adriana Groh (Sovereign Tech Agency) – «l’open source va allenato come un muscolo» (un po’ come la democrazia, aggiungo io) – Frederick Blachetta (PwC Germany), Wolfgang Gehring (Mercedes-Benz), Peter Ganten (Uninvention e Apell) e Frank Karlitschek (Nextcloud) con il progetto OpenDesk, e molti altri.

L’esempio della Sovereign Tech Agency, con il suo fondo per finanziare i maintainer dei progetti open source infrastrutturali, deve essere replicato: esiste già una proposta di OFE (Astor Nummelin Carlberg) alla Commissione Europea per istituire un fondo a livello continentale; sosteniamola! Sarebbe inoltre utile supportare il progetto OpenDesk per avere una soluzione di collaborazione e office automation alternativa alle Big Tech USA.

Altri interventi

L’Italia ha schierato due campioni (che però giocano all’estero) del calibro di Gabriele Columbro (Linux Foundation Europe) e Roberto Di Cosmo (Software Heritage). Nei rispettivi ruoli sono dei punti di riferimento a livello globale.

Dagli altri interventi abbiamo appreso che altri Paesi – Kenya, Trinidad & Tobago e presto la Polonia – stanno istituendo OSPO nazionali, a dimostrazione che l’open source non è solo una soluzione tecnica o una scelta economica, ma la palestra istituzionale dove si costruiscono fiducia e collaborazione internazionale.

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19 giugno – Digital Public Infrastructure Day: quando il codice diventa servizio pubblico

Mercoledì si è parlato di infrastrutture pubbliche: identità digitale, pagamenti istantanei, sanità, con sessioni parallele che hanno coperto l’intero spettro delle sfide legate alle Digital Public Infrastructure. Si è parlato anzitutto di salvaguardie: privacy, sicurezza e inclusione da inserire fin dall’architettura delle DPI, illustrando casi-Paese e strumenti operativi.

È poi emerso il nodo della protezione dei dati, con soluzioni per far valere principi “privacy-by-design” anche dove mancano autorità di controllo forti. Un panel su sovranità digitale ha mostrato come standard aperti e governance trasparente possano rendere le infrastrutture veramente affidabili. Un workshop dedicato ai rischi nei servizi finanziaribasati su DPI ha evidenziato gap regolatori e necessità di nuove evidenze.

Inclusione e strategie di cooperazione

Altre due sessioni hanno focalizzato l’inclusione: una sul ruolo di open source, identità digitale e pagamenti nel programma 50-in-5; l’altra sulle strategie con cui i piccoli Stati possono cooperare, condividendo software e risorse per ridurre costi e complessità.

È stato il momento in cui ho realizzato che finanziare la manutenzione equivale a mettere in sicurezza strade e ponti: senza, tutto il resto collassa.

20 giugno – Community-Led Day da PwC amp; Meta: resilienza, supply-chain, standard

A colazione ci siamo ritrovati negli uffici di Meta dove sono stati presentati i risultati dell’ecosistema di modelli linguistici open source: non il classico “annuncio-spettacolo”, ma la conferma che anche le Big Tech hanno capito che il valore è nell’ecosistema, non nel giardino recintato.

Per il resto della giornata invece ci siamo spostati negli uffici di PwC New York sulla Madison Av. per una maratona di 20 workshop curata da RISE, OpenForum Europe CURIOSS e PWC Germany. Mi è impossibile sintetizzare in poche righe le iniziative presentate e le mille idee scatenate dalle discussioni. Segnalo soltanto un altro italiano fra gli speaker: Diego Gosmar che nella sessione “Advancing Inclusive and Sustainable Solutions with Open Source AI” ha raccontato la sua esperienza nell’ambito della Open Voice Interoperability initiative.

Il filo rosso che ho visto

  1. Prova di maturità – L’open source è passato da alternativa economica a tessuto connettivo della trasformazione digitale globale.
  2. Finanza per i beni comuni – Modelli come Sovereign Tech Fund mostrano che investire nella manutenzione è una questione di sicurezza nazionale tanto quanto la cybersicurezza.
  3. Diplomazia del codice – Sentire parlare di Open Source, Ministri, Sotto segretari, imprenditori, significa che l’open source è ormai terreno di dialogo geopolitico, oltre che tecnico.

Perché (anche se non c’ero) l’edit-a-thon conta

Lunedì 16, centinaia di volontari hanno arricchito Wikipedia su temi come Global Digital Compact e infrastrutture pubbliche digitali, guidati dalla Missione Italiana e da Wikimedia per festeggiare i 70 anni di adesione dell’Italia all’ONU. L’Ambasciatore Maurizio Massari ha definito Wikipedia un “bene di conoscenza universale”: è la stessa logica che anima OSPO, DPI e tutti i progetti visti in settimana. Detto questo, dobbiamo anche ammettere che l’Italia può e deve essere più protagonista su questi temi fondamentali. Germania e Francia (seguite da Olanda, Danimarca Polonia ecc), a livello Europeo, stanno tracciando il sentiero da percorrere speditamente.

Cosa mi porto a casa

Uscendo dal Palazzo di Vetro ho sentito che il futuro digitale può davvero essere un bene comune. Una globalizzazione positiva che aiuta a ridurre le disuguaglianze garantendo al tempo stesso progresso tecnologico e sviluppo.

Se vuoi dettagli su qualche tema trattato e soprattutto contribuire a portare l’Italia fra i leader di questo movimento, non esitare a contattarmi.